venerdì 21 aprile 2017

SGUARDO FETISH - Divieto di trans! Censurata la parrucca in "Bates Motel" nella scena della doccia (con Rihanna) per non offendere i transgender 

News tratta da “Heat Street
La scena di “Psycho” in cui Janet Leigh viene uccisa sotto la doccia da Norman Bates è uno dei grandi momenti del cinema, ma gli showrunner di “Bates Motel”, remake per la tv, rivelano di averla dovuta alterare per non offendere le persone transgender. Nell’intervista su “Indiewire”, Kerry Ehrin ha infatti sostenuto che il ritratto di uno psicopatico serial killer travestito fosse troppo offensivo per il pubblico di oggi. Non volevano semplicemente replicare la sequenza, ma rendere omaggio al modo innovativo di riprendere di Hitchcock e aggiungere un tocco personale. Norman Bates nell’originale era un cross dresser che si vestiva come la madre defunta e sarebbe stato un insulto far passare l’idea che i travestiti, e per estensione i transgender, siano pazzi criminali. Bates è convinto di essere sua madre e il loro compito è stato lasciare che questo non si trasformasse in niente di transfobico, perciò mentre accoltella la donna della doccia non indossa alcuna parrucca.

giovedì 20 aprile 2017

NEWS - I "Taboo" non si svelano, si guardano. Dal 21 aprile su Sky Atlantic il serial firmato da Ridley Scott e Tom Hardy (quest'ultimo anche protagonista)
Dal 21 aprile arriva su Sky Atlantic HD Taboo, la nuova serie creata da Steven Knight (Locke, Peaky Blinders) che vede Tom Hardy (Mad Max: Fury Road, Il ritorno del Cavaliere oscuro, Revenant - Redivivo) protagonista, sceneggiatore (col padre Edward “Chips” Hardy) e produttore (assieme allo stesso Knight e a Ridley Scott). Lo show, in otto episodi e già rinnovato per altre due stagioni a poche settimane dalla fine della prima, andrà in onda dal 21 aprileogni venerdì dalle 21.15 su Sky Atlantic HD. Disponibile anche su Sky On DemandAmbientata nella Londra del 1814, la serie tv ha ricevuto apprezzamenti generalizzati per la messa in scena meticolosa, per l’affascinante atmosfera gotica e, soprattutto, per la magnetica interpretazione del suo protagonista. Tom Hardy interpreta il redivivo James Keziah Delaney: enigmatico avventuriero, ex marinaio dal passato misterioso creduto morto in Africa, dopo 12 anni James torna a casa per occuparsi dell’eredità del padre defunto e mettere in atto i suoi piani di vendetta. Fin dal primo episodio appare chiaro come Delaney porti con sè segreti indicibili e abbia fatto cose che qualunque gentiluomo dell'epoca avrebbe trovato "sconvenienti", fatte intendere e talora mostrate nelle disturbanti quanto affascinanti visioni che lo tormentano. Per tutti è come un fantasma, sospettato di praticare stregonerie, di aver intrattenuto una relazione incestuosa con la sorellastra e di soffrire della stessa instabilità mentale del padre: James Keziah Delaney è un uomo che desta scandalo, che non conosce tabù e non si fa problemi ad ammetterlo. Dal padre eredita una rocciosa, stretta striscia di terra sulla west coast degli Stati Uniti che diventerà presto ambitissimo oggetto di contesa - si rivelerà la porta d'accesso per i commerci con la Cina - fra l'Impero britannico, gli Usa e la potentissima Compagnia britannica delle Indie Orientali, da Knight e Hardy descritta come una vera e propria lobby dalle smisurate ambizioni geopolitiche, spietata nel reprimere ogni interferenza nei suoi traffici e poco incline a curarsi delle restrizioni governative. A guidarla è Sir Stuart Strange (Jonathan Pryce, l’Alto Passero de Il Trono di Spade), che proverà con tutti i mezzi a costringere il protagonista a rinunciare alla sua eredità e a cedere alla Compagnia Nootka Sound, quel territorio apparentemente inutile che il padre, Horace Delaney, aveva conquistato attraverso "bugie e polvere da sparo" e che aveva lasciato in eredità al figlio redivivo. Oltre a Hardy, nel cast principale anche l'attrice spagnola Oona Chaplin, che interpreta l'amata sorellastra di James, Zilpha Geary, sposata con Thorne Geary, interpretato da Jefferson Hall (VikingsStar wars - Il risveglio della forza), un facoltoso uomo d'affari fra i tanti a volere Delaney morto; e David Hayman (MacbethIl bambino con il pigiama a righe) nei panni di Brace, il fido assistente di Horace Delaney durante gli ultimi anni della sua vita.
GOSSIP - Che Barb! Shannon Purser di "Riverdale" e "Stranger Things" fa coming out sulla sua bisessualità
Shannon Purser opened up about her sexuality last week on Twitter and now she is coming out to fans as bisexual. The 19-year-old Riverdale actress wrote a powerful message to her fans in which she talked about coming out to her friends and family, and also apologized to fans who might have been offended by a recent tweet she wrote. “I don’t normally do this, but I figure now is as good a time as any to get personal,” Shannon wrote in the note. “I’ve only just recently come out as bisexual to my family and friends. It’s something I am still processing and trying to understand and I don’t like talking about it too much. I’m very very new to the LGBT community. ”Shannon, who played Barb on Stranger Things, responded to fans who accused her of “queerbaiting” after she wrote a tweet about Riverdale viewers who “ship” the relationship between Betty and Veronica.

mercoledì 19 aprile 2017

NEWS - Le serie tv on demand sono un miraggio per il 70% degli italiani. Tim e Vodafone all'attacco con produzione e integrazione per smuovere la situazione

Articolo tratto dal "Corriere della Sera"

La tv di domani sarà (anche) on demand, «à la carte», ma in Italia i numeri del consumo non lineare sono ancora limitati. A parte gli abbonati Sky — che sono poco più di 4 milioni e mezzo, di cui circa la metà con decoder connesso in rete — abituatisi alle novità tecnologiche, il resto del consumo segue ancora via tradizionali, e il mercato delle Over-theTop (i servizi in streaming con Netflix, Infinity, NowTV o Amazon) è ancora piuttosto ristretto. Un'arretratezza che prefigura, per il futuro prossimo, un auspicabile sviluppo. Guidato da chi? Ecco la vera domanda. I contenuti on demand e, soprattutto, quelli premium sono ancora un miraggio per il 70% delle famiglie italiane, oltre 16 milioni di case. Ed ecco perché in questi mesi si stanno affacciando con sempre maggiore forza sul mercato degli audiovisivi le delcos», le società di telecomunicazioni a cui siamo abituati a pensare per telefoni e telefonini. In particolare, Telecom col rilancio di TimVision sta puntando su un servizio che unifichi rete e contenuti, puntando su questi ultimi, produzioni originali ed esclusive per attrarre l'attenzione degli spettatori. Di questa settimana, invece, il definitivo lancio di Vodafone Tv, che passa dalla versione «in prova» al servizio commerciale per il bacino potenziale di case raggiunte dalle fibra, 11,7 milioni di famiglie in oltre 500 città. Se Tim sembra orientarsi sulla produzione (è la strategia di Netflix, che però la esercita sull'arena globale), Vodafone scommette tutto sull'integrazione: un'unica piattaforma che aggrega free e pay tv, grazie a molte partnership con reti e distributori (fra cui Sky, Discovery, Bbc, Chili...). Risultato: 35 mila titoli ricercabili, il 95% del cinema on demand in lingua italiana. Produzione e integrazione di contenuto riusciranno a modificare le abitudini degli spettatori italiani? 

martedì 18 aprile 2017

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

LA STAMPA
In "Outcast" e "TWD" i mostri siamo noi
"Tra le tante frasi che Tiziano Sclavi, papà ed ex-curatore di Dylan Dog, stella della scuderia della Sergio Bonelli Editore, ha pronunciato nel corso della sua carriera, ce ne è una che, con buone probabilità, non passerà mai di moda. Dice: «I mostri siamo noi». E' una frase che spiega tante cose, sotto tanti punti di vista. Innanzitutto, quello di Dylan Dog, l'Indagatore dell'Incubo, che spesso e volentieri è molto più amico e vicino ai freak, ai mostri, che alle persone «normali». Quindi apre a un certo modo di vedere il mondo e la società in cui viviamo, piena di pregiudizi e stereotipi, profondamente - e insensatamente - maligna e ipocrita. Robert Kirkman, che è un altro autore di fumetti e che viene dagli Stati Uniti, parte da una premessa molto simile. Sia nel suo The Walking Dead (best seller tra i comics e grande successo sul piccolo schermo) sia in Outcast, sembra voler sottolineare, proprio come ha fatto Sclavi, la natura profondamente mostruosa - diabolica, addirittura - dell'essere umano. I cattivi, così, non sono gli zombie. E nemmeno i posseduti. O, figurarsi, i demoni. I cattivi sono gli altri, quelli che hanno paura, quelli che vivono, respirano, giudicano. Sono gli uomini e le donne. Macché demoni e posseduti. I veri mostri siamo noi anziani, e - parola terribile e mediocre - i normali. In Outcast (in onda ogni lunedì su Fox Italia) al gioco delle parti, uomini contro demoni, esorcizzati versus esorcisti, si aggiunge un altro tassello, fondamentale: una corrispondenza metodica, anzi quasi scientifica, tra ricordo e possessione, tra paura e realtà; tra passato e presente. L'inspiegabile spiegato con la presenza del demonio, del soprannaturale, dell'immateriale. Kyle Barnes, il protagonista interpretato da Patrick Fugit, si trova davanti a un bivio: spirituale e, in un certo senso, fisico. Deve decidere se cedere oppure combattere, se essere sconfitto oppure sconfiggere. In un racconto che si diverte a citare luoghi comuni e simbolismi (la città in cui la storia è ambientata si chiama Rome, West Virginia; e immediatamente alla mente viene un'altra Roma, quella italiana e capitale dello Stivale, sede della Città del Vaticano), lo spettatore si ritrova spaesato e terrorizzato. I mostri, i veri mostri. Più li cerchi e più scopri che hanno una faccia simile a quella del tuo vicino, o del tuo migliore amico; o del passante che hai incontrato in metropolitana andando a lavoro. Restano i dubbi e le incertezze; resta il grigiore di un racconto che - molto sclavianamente - prende posizioni più sugli uomini che sui nonuomini". (Gianmaria Tammaro)

lunedì 17 aprile 2017

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

RIVISTA STUDIO
I problemi dei bianchi ricchi di "Big Little Lies" son meglio di quelli dei ciellini di "This Is Us"
"Le domande dei talk pomeridiani con Paola Perego che vorremmo: in questo mondo c’è ancora spazio per i “rich white people problems”? Vale a dire: soldi (oddio, non posso più permettermi la manutenzione della piscina!), matrimoni (mio marito mi tradisce! No, lo tradisco io!), figli (la festa di compleanno della bambina farà sfigurare quella della compagna di scuola?), guardaroba (questo nuovo cachemirino mi sbatte troppo?), fitness (sul serio non fai piloxing?), eccetera. È arrivata una serie a rispondere che sì, di spazio ce n’è eccome. E a raccontarlo con un meraviglioso salto mortale: nell’epoca delle minoranze pigliatutto, Big Little Lies (produce Hbo, in Italia va in onda su Sky Atlantic) sta qui a dirci che oggi i bianchi ricchi sono anche loro solo un’altra minoranza, e sempre più confinata nella sua pur doratissima riserva. Siamo quasi in dirittura d’arrivo – perché hanno girato solo sette puntate?, vien da chiedersi, quando per quei ciellini di This Is Us ne hanno fatte diciotto – e c’è un delitto ancora senza soluzione. Poco importa. Al cuore di questa storia non c’è certamente l’omicidio, piuttosto gli psicodrammi di un gruppo di donne molto ricche certamente, molto stronze o forse no, molto forti o forse no, molto privilegiate o forse no. La serie non è piaciuta a molti di quei critici che si sperticano in lodi per roba come True Detective: gli agenti stropicciati sono ammessi nelle conversazioni tra gente-che-piace più di queste mogli con la borsetta firmata. «Big Little Lies è patinato e superficiale come la comunità che vorrebbe fare a pezzi, e di cui in fin dei conti tradisce la stessa vuotezza», recensisce Meredith Blake del Los Angeles Times. «Big Little Lies è un pasticcio in cui vengono ricostruiti i problemi di sedicenti adulti, sviluppati in modi che non trovano corrispondenza nella realtà», scrive Tim Goodman su The Hollywood Reporter. Che sintetizza ulteriormente: «È come una soap prodotta da Abc, ma con le scene di nudo». L’aggravante sottintesa: è solo una storiella di donne, niente più che una telenovela di lusso, che ce ne frega, vuoi mettere coi draghi e gli zombie. È la sindrome Valeria Bruni Tedeschi, per cui se appunto parli di cose di ricchi (lei l’ha fatto nei suoi film da regista, ultimo il bellissimo Un castello in Italia) ti puoi pure meritare un’alzata di spalle, i problemi veri sono altri. Dietro Big Little Lies c’è un romanzo australiano scritto da una donna (Liane Moriarty, Piccole grandi bugie è appena stato ripubblicato da Mondadori) e l’ottimo adattamento firmato da un uomo: David E. Kelley, showrunner di lungo corso (Ally McBeal) con una moglie bellissima per davvero: Michelle Pfeiffer (come ci sarebbe stata bene in questa serie, l’avessero prodotta vent’anni fa). “Pippe da ricchi hollywoodiani con le loro splendide splendenti trophy wife”, borbottano in tanti: peccato che questo telefilm dica di noi comuni mortali più cose di tanta produzione impegnata (dunque con protagonisti necessariamente poveri). La gigantesca Reese Witherspoon è la mamma che tutte le chat tra genitori su WhatsApp temono pure a Cinisello Balsamo, ma anche l’alleata che ciascuna apparente rivale sogna: tanto che, nonostante sia uno dei personaggi più spregevoli della televisione recente, facciamo tutti il tifo per lei dal primo momento in cui è in scena. Nicole “Come Regge Lei I Primi Piani Nessuna Mai” Kidman è la moglie abusata, o forse è ben consapevole dell’abuso, o forse tutto è più complicato di così e se le cose non sono didascaliche allora oggi è colpa degli sceneggiatori, mica del pubblico che ha perso la comprensione delle sfumature. Laura Dern, quella col nome più bello di tutti (Renata), dà fuori di matto perché le altre mamme boicottano la festicciola (si fa per dire) della figlia con la mossa più spietata di tutte: non ti mandiamo i nostri figli, figli ormai ridotti a merce di scambio, a strumento per dire in società che cosa siamo, e come, cambia tutto se compri il saccottino del Mulino Bianco, se li iscrivi a ginnastica artistica e non a danza, se fanno il balletto di Rovazzi. Il bello è che gli uomini non stanno a guardare, sono solo apparentemente abbozzati, Kelley non corre certo il rischio di lasciarli a margine poiché trattasi di “una serie di donne”. Di solito, in quei casi, gli unici che meritano un trattamento equo sono i personaggi di maschi omosessuali (sindrome commesso di Commesse, il solo uomo sviluppato al pari di Sabrina Ferilli e Nancy Brilli). C’è anche la colonna sonora che vorremmo per musicare le nostre vite, a cominciare da “Cold Little Heart” di Michael Kiwanuka sui titoli di testa. E c’è la mossa-capolavoro definitiva, per convincerci che non solo questi bianchi milionari hanno gli stessi problemi nostri: quei problemi li troviamo bellissimi, perché non sono mai stati così ben scenografati. Lo chiamano “real estate porn” (traducendo malamente: porno immobiliare), e questa è la serie regina a tale proposito. Le ville pazzesche di Monterey, California, dove vivono le protagoniste (nella realtà stanno a Malibu) sono gli specchi lucidati da litri di Vetril dietro cui vorremmo nasconderci tutti noi. Invece tra poco Big Little Lies finirà, e noi torneremo alle nostre povere vite, a litigare per la merenda senza glutine dei bambini e a tradire nelle squallide stanze dei motel vista tangenziale". (Mattia Carzaniga)

domenica 16 aprile 2017

GOSSIP - Keep Calm and Carrie on. Sarah Jessica Parker su "Capitol File" rivela come si rilassa...
Sarah Jessica Parker is on the cover of Capitol File‘s new issue!
Here’s what the Divorce star had to share with the mag:
On how she unwinds: “I read a lot. I get in bed after all the little kids are hopefully content and tucked away and perhaps even asleep, and I watch television. But I also go to the theater a lot. And I take a subway there, which I love, because I can read the entire time. I love going to the theater and ballet by myself. I also love to be joined by friends.”
On working with HBO again: “It’s great to be home. It’s familiar, it’s the people you want to please most, it’s challenging, standards are high.”
On Divorce: “It’s so delightful to be back there and telling the story I want to tell and being supported and given the opportunity and the resources to do it and work with the extraordinary actors who I love, who I think are incredible and inspiring. It’s been a total thrill.”

"Il trivial game + divertente dell'anno" (Lucca Comics)

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Il GIOCO DEI TELEFILM di Leopoldo Damerini e Fabrizio Margaria, nei migliori negozi di giocattoli: un viaggio lungo 750 domande divise per epoche e difficoltà. Sfida i tuoi amici/parenti/partner/amanti e diventa Telefilm Master. Disegni originali by Silver. Regolamento di Luca Borsa. E' un gioco Ghenos Games. http://www.facebook.com/GiocoDeiTelefilm. https://twitter.com/GiocoTelefilm

Lick it or Leave it!

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