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lunedì 22 gennaio 2018

NEWS - Oh my GOT! Sky e Amazon uniscono le legioni in "Britannia", al via stasera
Giulio Cesare ha fallito nell’impresa, ma i romani sono determinati a conquistare la Britannia. Le tribù e i druidi sono così costretti ad unire le forze per difendere la loro terra. La storia della campagna più avvincente dell’esercito romano è al centro della produzione originale Sky Britannia, da lunedì 22 gennaio dalle 21.15 su Sky Atlantic HD e disponibile su Sky On Demand
Quando i romani invadono la Britannia nel 43, Kerra (Kelly Reilly), figlia del re dei Cantii, è costretta a mettere da parte le divergenze con l'arci-rivale la regina Antedia (Zoe Wanamaker) per affrontare gli invasori. I Romani, guidati dal generale Aulus Plautius (David Morrissey), sono determinati ad avere successo laddove Giulio Cesare ha fallito e conquistare questa mitica terra all'estremo nord dell'impero romano. Aulus è un leader forte e resiliente, ma nasconde un profondo segreto che minaccia la sua missione. E mentre le tribù e i druidi si uniscono per combattere i Romani, Kerra affronta il ruolo più importante della sua vita mentre guida la resistenza contro la potenza dell'esercito romano.
Britannia è una co-produzione Sky e Amazon US, realizzata da Vertigo Films in collaborazione con la Neal Street Productions e All3Media company, scritta dal pluripremiato Jez Butterworth (Jerusalem, Spectre), la serie è interpretata da Kelly Reilly (True Detective, Sherlock Holmes), David Morrissey (The Walking Dead, The Hollow Crown), Zoë Wanamaker (Harry Potter e la Pietra Filosofale , My Family) e Stanley Weber (Outlander). Il cast vanta anche di una partecipazione italiana: Fortunato Cerlino veste i panni dell’Imperatore Vespasiano. 
A proposito della serie, lo sceneggiatore Jez Butterworth ha commentato: “Oltre a essere dei duri combattenti i Celti hanno un sistema di credenze che li rende quasi invincibili. È una magia profonda. L’ultima volta che i Romani hanno provato ad invaderli,  il potente Giulio Cesare, dopo aver dato uno sguardo, ha alzato i tacchi ed è tornato dritto a casa. Ora, quasi un secolo dopo, i Romani sono tornati. Sono affascinato da cosa succede quando gli dei muoiono. Quando un’antica fede crolla e viene sostituito da qualcosa di nuovo. Nuovi nomi e nuovi volti che si adattano ai nuovi tempi. Abbiamo una guerra tra due pantheon: gli dei romani contro le divinità celtiche. È lo scontro più duro di tutti i tempi, quello che dà forma a chi siamo noi oggi. E vediamo il tutto da una prospettiva umana: sopravvivenza individuale, ambizione, coraggio, avidità, perdita, vendetta. Tutte cose per cui le divinità ci hanno sempre amato!”

venerdì 19 gennaio 2018

NEWS - Ci sono 3 motivi per cui Netflix è risultata la rete / piattaforma più amata in Italia (e non solo) nel 2017. Leggi Link.
GOSSIP - Pompeo meravigliao! La protagonista di "Grey's Anatomy" è l'attrice più pagata della prima serata Usa: "sono la numero uno e me lo merito!" 
Ellen Pompeo is on the cover of THR‘s new issue discussing her reworked deal to pay her $575,000 per episode on Grey’s Anatomy (totaling over $20 million per year), making her the highest-paid actress on a primetime drama. Here’s what the star had to share with the mag:
On how Patrick Dempsey leaving the show changed things: For me, Patrick [Dempsey] leaving the show [in 2015] was a defining moment, deal-wise. They could always use him as leverage against me — ‘We don’t need you; we have Patrick’ — which they did for years. I don’t know if they also did that to him, because he and I never discussed our deals. There were many times where I reached out about joining together to negotiate, but he was never interested in that. At one point, I asked for $5,000 more than him just on principle, because the show is Grey’s Anatomy and I’m Meredith Grey. They wouldn’t give it to me. And I could have walked away, so why didn’t I? It’s my show; I’m the number one. I’m sure I felt what a lot of these other actresses feel: Why should I walk away from a great part because of a guy? You feel conflicted but then you figure, “I’m not going to let a guy drive me out of my own house.”
On how she negotiated her record-breaking new deal: “What happened is that I went to Shonda and I said, ‘If you’re moving on to Netflix and you want the show to go down, I’m cool with that. But if you want it to continue, I need to be incentivized. I need to feel empowered and to feel ownership of this show.’”
On her meeting with Harvey Weinstein: “My agent once sent me to see Harvey, too. I went right up to his room at the Peninsula, which I would never normally do, but Harvey was a New York guy, so it made sense. Plus, it was in the middle of the day, and he had an assistant there. He didn’t try anything on me. Had he, I’m a little rough around the edges and I grew up around some very tough people, so I probably would have picked up a vase and cracked him over the f*cking head. But I also feel completely comfortable saying that I walked into that room batting the shit out of my eyelashes. My goal in that room was to charm him, as it is in most rooms like that.”
For more from Ellen, and to find out the full details of her money incentives on the show, visit HollywoodReporter.comEllen‘s new deal is for two more seasons.

mercoledì 17 gennaio 2018

GOSSIP - Alison Brie da "Glow" a..."Gotham"!
Alison Brie is looking simply stunning on the cover of Gotham‘s January 2018 issue.
Here’s what the 34-year-old 'Glow' actress had to share…
On the possibility of changing her body for a role: “I set a private goal to book an action movie. But what if I have to change my body so I look the way they want me to look? But with 'Glow', our producers didn’t want us to change our bodies at all. They said, ‘We want all shapes and sizes of women to be represented on this show. We love you the way you are.’”
Guarda la gallery completa:

martedì 16 gennaio 2018

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
CORRIERE DELLA SERA
"Feud", capolavoro di Murphy sul grande cinema
"Chi ama il grande cinema hollywoodiano non può non vedere la nuova, bellissima serie antologica di Ryan Murphy, 'Feud', che affronta la rivalità storica tra Joan Crawford e Bette Davis, prima, durante e dopo le riprese del loro film del 1962, Che fine ha fatto Baby Jane? (Studio Universal, Premium). Nemiche giurate nella vita, ma entrambe sul viale del tramonto, Joan Crawford (Jessica Lange) e Bette Davis (Susan Sarandon) si convincono che il film potrebbe ridare slancio alla loro carriera. Cosa che poi accadrà veramente. Ma prima che il Film giunga sugli schermi e venga candidato agli Oscar le attrici hanno modo sfoggiano tutto il loro leggendario repertorio di bizze e di odio reciproco. Le due avevano già avuto modo di detestarsi a causa della comune passione per l'attore Franchot Tone (che poi sposò la Joan), ma iniziarono a detestarsi quando la protagonista di Johnny Guitar tentò di sedurre con fiori e regali anche Bette (un'attrice forse meno bella ma di ben altro temperamento artistico), che la rifiutò malamente. Anzi di lei diceva: «E andata a letto con tutti gli attori della Metro-Goldwyn-Mayer eccetto che con la cagnetta Lassie». Prima dell'incontro con il regista Robert Aldrich (Alfred Molina), le due avevano tentato il rilancio: la Davis con Eva contro Eva e la Crawford con So che mi ucciderai. Ma è nel film Che fine ha fatto Baby Jane?, un horror psicologico di mirabile successo, che si sublima la parabola discendente di due grandi star e che Ryan Murphy ha saputo descrivere con rara finezza. La fama, il crepuscolo, la rivalità, il disprezzo sono i temi attraverso cui si dipana la storia di due stupende naufraghe (bravissime Sarandon e Lange), aggrappate a una zattera di successo per sconfiggere i demoni che le agitavano. Quando nel 1977 domandarono a Bette Davis un commento sulla morte della rivale scolpì queste parole: «Non bisognerebbe mai parlar male dei morti. E morta Joan Crawford. Che bello!»". (Aldo Grasso)

lunedì 15 gennaio 2018

NEWS - Tv, nel 2018 boom di coalizioni di network: chi non si allea è perduto. Tra Disney e Apple l'incognita Mediaset+Vivendi, tutti a insidiare o a corteggiare Netflix e Amazon. Leggi QUI

venerdì 12 gennaio 2018

NEWS - Netflix è la rete/piattaforma preferita in Italia nel 2017 per le serie tv: il Sondaggio dell'Accademia dei Telefilm la incorona con il 63% delle preferenze. Vedi tutti i dettagli QUI.

giovedì 11 gennaio 2018

mercoledì 10 gennaio 2018

NEWS - Achtung, compagni! "Tv Blog" non c'è più? Poche lacrime, è risorto come un'Araba Fenice in "Altro Spettacolo" meglio di prima. Per sostenerlo è stato lanciato un crowdfunding. Solo per essere l'unico sito/blog (oltre al mitico Antonio Genna) ad avere tutte le partenze delle serie tv in Italia, merita...

Da "Altro Spettacolo"
Altro Spettacolo è un take overSostituisce il vuoto lasciato da Tvblog e ne raccoglie immediatamente l’eredità. Rinuncia a tutto ciò che ormai è diventato logoro perché reiterato da tutte le realtà che si occupano del tema e propone nei formati più brevi le news-commodity. Esalta la storia editoriale di TvBlog distillandone il meglio e abbandonando ciò che era diventato lo standard per costruire una nuova storia di eccellenza che intercetta tutto il mondo dello spettacolo e dell’intrattenimento, dalla tv al cinema, dalla musica al web, in senso transmediale. 
Altro Spettacolo è un prodotto editoriale di Slow News.
È un approccio completamente diverso dal solito al giornalismo di spettacolo. Slow journalism. Pochi articoli scelti, alta qualità degli approfondimenti, grandi analisi, firme importanti, attenzione all’universo social con un approccio orientato alla creazione di ambienti di conversazione per i pubblici di ogni età; un modello di business che si basa sulle nuove frontiere del content marketing; un contesto editoriale che si presta al native advertising più evoluto, che si ispira ai grandi modelli esteri; un prodotto che si rivolge anche a lettori professionisti con uno spin off premium a pagamento. 

È un blog verticale con una forte comunità di riferimento e con orientamento social, senza dimenticare le tecniche SEO per intercettare anche il traffico dai motori di ricerca su chiavi di ricerca pertinenti, le strategie di content marketing, l’uso di tutte le opportunità offerte da strumenti quali il pixel di tracciamento di Facebook, la profilazione del pubblico, le strategie di mail marketing e di remarketing. È un progetto che fa uso di tutte le tecniche di marketing 4.0

Il crowdfunding
Per costruire un sito di spettacolo che si chiama https://www.altrospettacolo.it
Per provare a sostenere il progetto fin dall'inizio. Per pagare le persone che ora si trovano in difficoltà, se raccoglieremo abbastanza per dare a qualcuno un minimo di aiuto.
Per fare la prima riunione di redazione dal vivo di tutta TvBlog (ebbene sì! Non ci siamo mai visti tutti insieme!).
Sul sito troverai una sezione che, in trasparenza, dichiarerà a tutti, lettori, sostenitori, addetti ai lavori, giornalisti, il modello di business e il modo in cui usiamo i soldi, quanti e in quali circostanze.

Sostieni "Altro Spettacolo" QUI.

martedì 9 gennaio 2018

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

CORRIERE DELLA SERA
Con "Black Mirror" su Netflix meno ideologia e più buonismo
"La chiusura di un anno dove molte distopie si sono avverate non poteva che essere segnata dal ritorno di «Black Mirror»: Netflix ha rilasciato a fine dicembre una nuova stagione di sei episodi, la seconda da quando la celebre serie si è trasferita dal canale inglese Channel 4 alla piattaforma americana. Iniziamo col dire che gli episodi sono molto diversi l'uno dall'altro nella durata, nello stile, nell'intento e negli esiti: ciascuno meriterebbe una recensione a sé. Alcuni sono più riusciti e convincenti di altri ed è difficile dare un giudizio univoco sull'intera stagione. Una caratteristica che li accomuna tutti è che gli alti budget permessi da Netflix hanno alzato gli standard produttivi e le ambizioni del loro autore, Charlie Brooker, rendendo gli episodi sempre più simili a dei minifilm, disseminati di citazioni a generi e mondi cinematografici (il bianco e nero, l'omaggio a Star Trek, la regia di Jodie Foster). Pur nella difformità di stile, questa stagione ha un forte filo conduttore tematico: la riflessione sul controllo, attraverso scienza e tecnologia, di alcuni aspetti che definiscono nel profondo l'essere umano, come il ricordo e la coscienza. Quanto di più vicino ci sia al concetto di anima. Sarebbe un errore considerare la serie come una profezia di un futuro inevitabile, ma è vero che gli episodi più inquietanti e d'impatto non sono quelli che disegnano scenari lontani (come «Crocodile» o «Black Museum») ma quelli che portano alle estreme conseguenze alcuni fenomeni che già stiamo sperimentando: l'ipercontrollo dell'infanzia (con i baby monitor di «Ar(Angel»), le app di appuntamenti («Hang the DJ»). La stagione è già stata accusata di buonismo, ma l'impressione è che, rispetto agli esordi, questi episodi di «Black Mirror» siano solo meno ideologici, meno avviluppati intorno alla vecchia teoria degli «effetti dei media» sulle persone, un rischio più pericoloso delle degenerazioni dei media". (Aldo Grasso)

lunedì 8 gennaio 2018

NEWS - Golden Globes 2018, tutti i vincitori (in verde). Sorpresa "The Marvelous Mrs. Maisel" (Amazon), conferma per "The Handmaid's Tale" (Hulu) e poker per "Big Little Lies" (HBO), un solo premio per Netflix

Miglior Drama 
The Handmaid’s Tale (Hulu) 
The Crown (Netflix) 
Game of Thrones (Hbo) 
Stranger Things (Netflix) 
This Is Us (Nbc)
Miglior serie comedy o musical
The Marvelous Mrs. Maisel (Amazon)
black-ish (Abc)
Master of None (Netflix)
Smilf (Showtime)
Will & Grace (Nbc)
Miglior Miniserie
Big Little Lies (Hbo)
Fargo (Fx)
Feud (Fx)
The Sinner (Usa Network) 
Top of the lake (Sundance Channel)
Miglior attore protagonista di una serie tv drama
Sterling K. Brown, This Is Us (Nbc) 
Jason Bateman, Ozark (Netflix)
Freddie Highmore, Bates Motel (A&E)
Bob Odenkirk, Better Call Saul (Amc)
Liev Schreiber, Ray Donovan (Showtime)
Miglior attrice di una serie tv drama
Elisabeth Moss, The Handmaid’s Tale (Hulu)
Caitriona Balfe,  Outlander (Starz) 
Claire Foy,  The Crown (Netflix)
Maggie Gyllenhaal, The Deuce (Hbo)
Katherine Langford, Tredici (Netflix) 
Miglior attore protagonista di una serie tv comedy o musical
Aziz Ansari, Master of None (Netflix)
Anthony Anderson, black-ish (Abc)
Kevin Bacon, I love Dick (Amazon)
William H. Macy, Shameless (Showtime)
Eric McCormack, Will & Grace (Nbc)
Miglior attrice protagonista di una serie tv comedy o musical
Rachel Brosnahan, The Marvelous Mrs. Maisel (Amazon) Pamela Adlon, Better Things (Fx)
Alison Brie, Glow (Netflix)
Issa Rae, Insecure (Hbo)
Frankie Shaw, Smilf (Showtime)
Miglior attore protagonista di una miniserie o film-tv
Ewan McGregor, Fargo (Fx)
Robert De Niro, The Wizard of Lies (Hbo)
Jude Law, The Young Pope (Sky Atlantic)
Kyle MacLachlan, Twin Peaks (Showtime)
Geoffrey Rush, Genius (National Geographic)
Miglior attrice protagonista di una miniserie o film-tv
Nicole Kidman, Big Little Lies (Hbo)
Jessica Biel, The Sinner (Usa Network)
Jessica Lange, Feud (Fx)
Susan Sarandon, Feud (Fx)
Reese Witherspoon, Big Little Lies (Hbo)
Miglior attore non protagonista di una miniserie o film-tv
Alexander Skarsgard, Big Little Lies (Hbo)
David Harbour, Stranger Things (Netflix)
Alfred Molina, Feud (Fx)
Christian Slater, Mr. Robot (Usa Network)
David Thewlis, Fargo (Fx)
Miglior attrice non protagonista di una miniserie o film-tv
Laura Dern, Big Little Lies (Hbo)
Anne Dowd, The Handmaid’s Tale (Hulu)
Chrissy Metz, This Is Us (Nbc)
Michelle Pfeiffer, The Wizard of Lies (Hbo)
Shailene Woodley, Big Little Lies (Hbo)
NEWS - I 3 motivi per cui Netflix ha chiuso un 2017 da record e l'attende un 2018 di difficili conferme. Leggi QUI.

giovedì 4 gennaio 2018

mercoledì 3 gennaio 2018

NEWS - Una Mela sul capo di Netflix! Nel 2018 Apple potrebbe comprarsi la piattaforma on demand grazie alla riforma fiscale di Trump che ha riportato nelle casse 252 miliardi di dollari

News tratta da "Il Sole 24 ore"
Per ora è una suggestione di inizio anno. Eppure, numeri alla mano, potrebbe diventare presto l’operazione finanziaria più importante di sempre per l’industria tecnologica. Apple ha il 40% di possibilità di acquistare Netflix entro la fine del 2018. A sostenerlo sono due analisti di Citigroup, Jim Suva e Asiya Merchant, secondo i quali il colosso di Cupertino potrebbe presto contare su una liquidità enorme (circa 252 miliardi di dollari) grazie alla riforma fiscale di Donald TrumpMa partiamo dall’inizio. Oggi Apple ha una capitalizzazione di mercato pari a 880 miliardi di dollari. La più alta al mondo, seguita da Alphabet, Microsoft e Amazon. E della gigantesca liquidità in mano al produttore degli iPhone si parla spesso. In più di una circostanza, inoltre, i retroscenisti della Silicon Valley hanno scritto di lusinghe più o meno celate da parte di Apple nei confronti di Netflix. Una trattativa vera e propria, tuttavia, non c’è mai stata. O comunque le due aziende non ne hanno mai parlato formalmente.

Il 2018, però, potrebbe essere l’anno buono. E secondo gli analisti di Citigroup, sarebbe merito della riforma fiscale varata dal presidente Trump, che prevede un abbassamento dell’aliquota corporate da 35 al 21% e una tassa una tantum (pari al 10%) sui profitti realizzati all’estero e rimpatriati negli Stati Uniti. Una mossa che per Apple potrebbe voler dire trovarsi in mano una liquidità di circa 252 miliardi di dollari. «Apple – scrivono i due analisti di Citi - ha tanti soldi e continua a incassare 50 miliardi di dollari l’anno. E questo è un bel problema». La società di Cupertino ha «storicamente ha evitato di riportare i soldi negli Stati Uniti proprio per non dover pagare delle tasse così alte ma la riforma fiscale potrebbe rendere questi soldi disponibili. Con oltre il 90 per cento di liquidità all’estero, una tassa del dieci per cento per il rimpatrio potrebbe portare nelle casse di Apple 220 miliardi da investire anche nelle acquisizioni». Le casse di Cupertino, dunque, potrebbero ritrovarsi di colpo troppo piene, e un’acquisizione importante a quel punto sarebbe addirittura necessaria. È giusto ricordare che appena qualche settimana fa Apple ha acquistato Shazam, la nota applicazione per il riconoscimento della musica. Costo dell’operazione (non ancora confermato) pari a 400milioni di dollari. Netflix sarebbe di certo un’altra storia, e non solo per un fatto finanziario. L’operazione però confermerebbe il continuo interesse della casa di Cupertino nei confronti del mondo dei contenuti. L’azienda di Cook ha stanziato recentemente un miliardo di dollari nel settore della produzione di serie televisive, annunciando Amazing Stories, la prima serie originale made in Apple. Uno strenuo tentativo di entrare nel mondo della televisione on-demand.

Ma quanto costerebbe Netflix?
Netflix, inutile dirlo, sarebbe un vero e proprio colpaccio per Apple. La società con sede a Los Gatos è ormai leader incontrastata nella distribuzione online di contenuti televisivi, con tassi di crescita che vanno al di là delle attese. Il terzo trimestre del 2017 è stato chiuso con un incremento delle entrate pari al 30% (2,98 miliardi di dollari, 100 milioni più delle attese). Gli utili, 130 milioni, sono più che raddoppiati. Ma soprattutto, nei tre mesi, il gruppo ha fatto sfoggio di un ulteriore aumento degli abbonati, e di molto: l’incremento netto è stato di circa 5,3 milioni contro i 4,5 milioni anticipati. Per un totale di 109,3 milioni di spettatori paganti nel mondo intero. Per questo, oggi, è quanto mai difficile capire quale possa essere il prezzo di Netflix. Sicuramente, una trattativa del genere sarebbe di tutt’altro livello – e difficoltà – rispetto a quella che Apple ha portato a termine per acquisire Shazam. Oggi la capitalizzazione di mercato di Netflix è di circa 85 miliardi di dollari. Una cifra astronomica che ne farebbe la più cara di sempre dell’industria tecnologica. E non è detto che sia sufficiente.

martedì 2 gennaio 2018

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri

CORRIERE DELLA SERA
Il bosco di "Dark" ha radici in "Twin Peaks", "Lost" e "Stranger Things" 
"Una piccola e anonima cittadina tedesca è scossa da misteriose sparizioni: un ragazzo adolescente all'improvviso non fa più ritorno a casa, un bambino svanisce in un bosco in una notte tempestosa, nei pressi di una centrale nucleare. La polizia indaga su varie ipotesi di omicidio ma appare presto chiaro che la situazione è più tortuosa di quanto possa sembrare: strani fenomeni sovrannaturali iniziano ad accadere, una pioggia di animali morti cade dal cielo e si aprono inspiegabili deviazioni nella linearità del tempo, seguendo il motto «la distinzione tra passato, presente e futuro è solo un'ostinata e persistente illusione». Sono queste le premesse di Dark, la prima serie originale tedesca (già rinnovata per una seconda stagione) realizzata da Netflix secondo i canoni delle serie complesse e ad alto budget cui ci ha abituato la piattaforma. Col procedere delle puntate, l'inchiesta sulle sparizioni si connette stranamente a un caso irrisolto del 1986, mentre inquietanti segreti e connessioni inaspettate tra passato e presente vengono a galla, con alcuni personaggi che restano «intrappolati» in un'epoca lontana. Guardando Dark è difficile non pensare ad alcuni titoli di culto: Twin Peaks per le atmosfere, Lost per i viaggi nel tempo e i segreti connessi a una struttura governativa emanazione di un potere oscuro, che è il cuore pulsante del mistero. Difficile anche non pensare a Stranger Things, per i protagonisti adolescenti e per un ritorno nostalgico agli anni 8o mitizzati attraverso il racconto della musica, delle manie del periodo. Dark è un tentativo interessante di costruire un universo narrativo molto caratterizzato, soprattutto a livello estetico, ma in cui non sempre la trama «a puzzle» presenta misteri convincenti o affascinanti allo stesso modo. La presenza di un cast ampio limita la possibilità di approfondire i caratteri, lasciandone molti solo abbozzati". (Aldo Grasso)

domenica 31 dicembre 2017

SGUARDO FETISH - Cin Cin al 2018! Le serie tv abbattono il taboo della vista del seme, da "Girls" a "Girlfriend Experience", da "The Deuce" a "Insecure"

Articolo tratto da "Mic"
Meglio eiaculare tardi che mai, potrebbe dire qualcuno, vista l’improvvisa comparsa del seme sui network a pagamento e nelle serie tv, finora estromessi dallo schermo. A parte un accenno in ‘Sex and the City’ nel 1999, il punto di svolta forse è stato un episodio di ‘Girls’ di Lena Dunham nel 2013. Lo sperma di recente è apparso in ‘Insecure, in una scena di “Girlfriend Experience”, dove la escort si ripulisce lo stomaco dopo il climax del cliente, in ‘The Deuce’ con la prostituta interpretata da Maggie GyllenhaalIl tabù, secondo la scrittrice e sessuologa Logan Levkoff, sta nel fatto che non amiamo parlare dei fluidi che il nostro corpo produce (incluse le mestruazioni), perciò sebbene la vista dello sperma sia normale durante una scena di sesso, il pubblico non la tollera. O non la tollerano gli investitori in pubblicità. Infatti sembra che questo tipo di contenuto marchi la differenza fra i canali premium e quelli ‘regolari’. Bisogna sempre vedere il perché si fa questa scelta. In ‘Girls’ probabilmente serviva a mettere sullo stesso piano uomini e donne, visto che i corpi femminili sono stati sempre esposti, o a dare autenticità al piacere. Serve a distanziare l’orgasmo maschile dal porno, e aiuta il fatto che appare in serie come ‘Insecure’, ‘Girls’, ‘Girlfriend Experience’, ‘Big Mouth’, tutte create o co-create da donne. Le scene sono viste dalla prospettiva femminile, provocano il disgusto, la rabbia, l’umiliazione della protagonista e sovverte la fantasia pornografica maschile. Il rischio sono sempre i gruppi di controllo tipo il ‘Parents Television Council’, che ad esempio monitora ‘Big Mouth’, la serie animata per adulti di Netflix che non solo ha mostrato eiaculazione in cartoni, ma anche il dialogo con lo sperma evacuato. I genitori si sono lamentati, i difensori rispondono che omettere le polluzioni notturne significa stigmatizzare una realtà biologica. Il che apre anche il dibattito sull’accesso a certi programmi e sulla supervisione dei genitori: il problema non sono gli autori dei contenuti, ma gli adulti che devono proteggere i figli. Insomma, dobbiamo abituarci ai nostri sgraditi fluidi corporei, come alla violenza gratuita e alla volgarità in tv. Per molti questo è un progresso. Come si dice, quando il genio è uscito dalla lampada, non puoi rimandarlo indietro.

venerdì 29 dicembre 2017

NEWS - Fermi tutti (in tutti i sensi)! La tv generalista (free) in crisi: in calo sotto i 10 milioni di spettatori e pubblicità stagnante nonostante la Nazionale di calcio, Sanremo e i presunti pompini della Rodriguez nell'armadio. Crescono (di poco) i neo canali come Tv8 e Nove. E nel 2018 cresceranno le piattaforme on line tipo Netflix e le pay tv, dove i ricavi sono in crescita...
News tratta da "Il Sole 24 Ore"
C'è un dato fra quelli elaborati dallo Studio Frasi su base Auditel su cui occorre soffermarsi per analizzare il mercato tv in Italia nel 2017. L'ascolto totale di televisione da televisore è sceso nell'anno (i dati prendono a esame il periodo 1 gennaio-16 dicembre) del 2% nel giorno medio e del 3% in prime time. E così durante tutto il giorno la media dei telespettatori davanti al piccolo schermo è scesa a 9,84 milioni. Sotto 10 milioni: soglia critica, oltre la quale non si scendeva dal 2011. Preconizzare la morte della tv sta diventando sport sempre più diffuso, con una divisione anche abbastanza netta della platea fra apocalittici e fiduciosi in un futuro in cui il piccolo schermo- e tutta l'industria che sta dietro- dovrà comunque cambiare. Certo è che il segnale che traspare dai dati d'ascolto di un anno di televisione, elaborati per Il Sole 24 Ore dallo Studio Frasi, è inequivocabile nel tratteggiare i contorni di un comparto bloccato, con spostamenti di share di uno zero virgola, per le generaliste e per i neocanali. In questo quadro, due sole generaliste hanno il segno più. Sono le due ammiraglie- Rai1 e Canale5 - attorno alle quali i due editori hanno costruito un fortino, anche a spese delle proprie reti cadette come dimostra per certi versi (indipendentemente dal giudizio sul risultato considerato da più parti al di sotto delle aspettative) lo spostamento di Che Tempo che Fa da Rai 3 a Rai 1. I numeri comunque segnalano per la prima rete Rai una share del 16,7% nel giorno medio (immobile rispetto all'anno prima) e per Canale 5 una share al 15,8% cresciuta di 0,19 punti. Allo stesso modo in prima serata la share del 18,9% di Rai 1 è salita di 0,36 punti mentre quella di Canale 5 a1 15,4% è andata su di 0,38 punti.

Qui finiscono le belle notizie per la tv generaliste Anche perché, considerando la riduzione del parco spettatori, lo Studio Frasi indica un calo "reale" dell'1,75% nella audience di Rai 1 e dello 0,75% per Canale 5 nel giorno medio con -1,17% per Rai 1 e -0,64% per Canale 5 in prime time. A crescere - pur se con audience non paragonabili alle generaliste - sono invece i neocanali. Il 2017 è l'anno in cui Tv8 (Sky) conquista il primato in questo segmento grazie a un incremento di mezzo punto di share, che vale una crescita media del 32,6% e del 28% in prime time. Rispetto allo scorso anno Tv8 supera Real Time nel giorno medio e Iris in prime time. Altri canali registrano salite di rilievo come Paramount Channel (Viacom) che raddoppia i propri ascolti in prima serata o Nove (Discovery) che sale dalla nona alla quarta posizione in prime time e dalla nona alla quinta nel giorno media Bene anche Rai Yoyo, per bambini e senza pubblicità, seconda fra i neocanali. Tutto questo però avviene nel contesto di un mercato fermo quanto ad ascolti e pubblicità(che per Nielsen è addirittura calata del 2,9% nei primi dieci mesi dell'anno). Il che per certi versi potrebbe risultare anche paradossalevisto ilproliferare dell'offerta e i nuovi canali nati nel 2017: Sony Pictures Network ha lanciato sul 45 il canale Pop, per bambini, e Cine Sony (a155) sul mondo del cinema La multinazionale Usa Scripps ha dal canto suo lanciato Food Network sul 33. E ancora: De Agostini è partita sul 59 con il canale maschile Alpha, Viacom con il maschile Spike sul 49 e Mediaset ha acquisito il canale 20 (quello di ReteCapri) daTbs. Ascolti e pubblicità (con la tv che comunque nel 2016 valeva ancora la metà della torta degli investimenti pubblicitari comprensiva anche di Google e Facebook) non possono però che far suonare un campanello d'allarme nell'Italia del piccolo schermo in cui Festival di Sanremo e sport continuano a farla da padrone (si veda analisi a lato). Anche perché già ora, ma da qui in avanti sempre di più, analisti e osservatori sono concordi nel dire che la tv tradizionale dovrà fare i conti con la crescita della broadband tv e dei servizi in streaming. L'avanzata di Netflix e il battage su Amazon Prime Video sono sotto gli occhi di tutti. Mediaset (con Infinity) e Sky (con NowTv) si sono nel frattempo posizionati nel mercato dello Svod (in abbonamento) come anche Timvision. In Chili (si veda Il Sole 24 Ore di ieri), attiva nel Tvod (si paga solo per ciò che si vede), Torino 1895 Investimenti, holding della famiglia Lavazza, ha investito 25 milioni. Truppe schierate. E i risultati si iniziano a vedere. L'ultimo rapporto It Media Consulting indica per il mercato tv un calo di ricavi. La pubblicità è prevista stabile a 3,175 miliardi, con il risultato che i ricavi da pay tv hanno superato quelli da spot. Tutto questo, spiega la società guidata da Augusto Preta, è però frutto prevalentemente della crescita della broadband tv e dei nuovi servizi in abbonamento in streaming, con oltre 2 milioni di utenti. Una Tv tanto diversa dalla cara, vecchia Tv.

giovedì 28 dicembre 2017

NEWS - Clamoroso al Cibali! I serial formato...espresso: Lavazza acquista il 25% di Chili e nel 2018 scende nell'arena delle serie tv al fianco di Sony, Paramount, Viacom e Warner. Oltre 11 milioni di euro per la promozione nel 2018
News tratta da "Il Sole 24 Ore"

"La piattaforma di videostreaming Chili come primo investimento della propria holding. Quella della famiglia Lavazza è evidentemente una scommessa che nulla ha a che fare con la storica produzione di caffè. Ma la fiche è di tutto rispetto: 25 milioni con cui è stato rilevato, a 155 euro per azione, il 24,95% di questa società fondata nel 2012, nata da una costola di Fastweb e attiva nel "Tvod": video on demand con formula basata su singoli acquisti e differente dallo "Svod", modalità in abbonamento scelta da Netflix, Infinity, Timvision, NowTv. Nessun commento da Lavazza se non la conferma che a investire è stata «una holding finanziaria riconducbile alla famiglia Lavazza». A fondare Chili fu, fra gli altri, Stefano Parisi. Con la discesa in politica - con "Energie per l'Italia", nel centrodestra - Parisi ha abbandonato le cariche pur rimanendo azionista all'interno di "Brace": veicolo dei fondatori e primo socio, ora con il 31,65%. Sempre in "Brace" ha quote Giorgio Tacchia, altro fondatore e ora presidente e ad. «Chili - spiega - è un progetto internazionale di cui si è potuto intravedere sino a oggi solo la parte in superficie. Da pura piattaforma siamo diventati un marketplace dell'intrattenimento. Sono molto felice che la famiglia Lavazza abbia creduto nel progetto, come altri investitori con grande esperienza internazionale». Fra questi ci sono 4 major-Sony (con il 2,96%), Paramount, e la controllante Viacom (4,1%); WarnerBros (4,17%)-entrate nel capitale nel 2016, oltre al direttore di Lvmh Antonio Belloni, al finanziere Francesco Trapani, alla famiglia Passera, a Negentropy (fondo basato a Londra), al fondo Antares di Stefano Romiti. Il bilancio ha sempre chiuso in rosso e il 2016 non ha fatto eccezione (-8,4 milioni). «Dopo tanti investimenti siamo entrati nella fase growth. I 7,1 milioni di ricavi del 2016 — precisa l'ad - sono raddoppiati nel 2017 e per il 2018 andranno sui 30 milioni». Il piano industriale prevede addirittura 300 milioni al 2022. Intanto nel 2018 «spenderemo 11,5 milioni in comunicazione» per far conoscere di più Chili in Uk, Germania, Austria e Polonia, dove il servizio è già attivo. Nel 2018 è quindi atteso il cambio di passo, sfruttando una peculiarità: in Chili si commercializzano non solo film e serie tv, ma anche oggetti e gadget. In più sul sito sono"cliccabili" trailer e anticipazioni di film non ancora sugli schermi con tutto ciò che consegue sul fronte dati. «Il nostro è un progetto di portata globale che mette al centro la profilazione dei clienti, né più e né meno di quanto fanno altri big mondiali. Siamo stati assistiti da Deutsche Bank Us nella ricerca di partner, riscontrando grande interesse». La famiglia Lavazza ci ha scommesso". 

mercoledì 27 dicembre 2017

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
CORRIERE DELLA SERA
"Gomorra" 3, l'esaltazione del "bromance" e della "subcultura"
"La terza stagione di Gomorra è terminata pochi giorni fa con un finale straziante, una spietata resa dei conti tra Genny Savastano e il suo luogotenente Ciro consumata su uno yacht in mezzo al mare; Napoli bellissima e brutale che li osserva muta sullo sfondo. Due personaggi votati all'abisso, due destini ugualmente tragici compiuti in forma diversa: lo scontro finale è l'esito di un rapporto fondato su sentimenti contradditori, odio, amore, invidia, ammirazione. Una conferma che la serie non è solo un livido ritratto del modus operandi criminale della camorra e dei suoi affiliati, ma è anche un racconto complesso di relazioni, emozioni primordiali, condizioni umane. Questo è il suo bello, ma è anche l'aspetto che ha suscitato un coro di polemiche: se i personaggi non sono solo stereotipi di «cattivi» ma diventano esseri umani a tutto tondo, le psicologie finemente ritagliate, il fascino del racconto aumenta e la strada interpretativa più facile (e sterile) diventa quella di accusare la serie di essere diseducativa, di esaltare i criminali, com'è già successo ad altri capolavori tv (vedi le polemiche sui Soprano e la rappresentazione negativa degli italoamericani). Ma non sarà invece che rappresentare il male serve a capirlo? Osservata nel suo complesso, tutta la terza stagione della serie è una riflessione sull'essere orfano e sul raccogliere l'eredità paterna, nelle gerarchie di Secondigliano e a Forcella, con San Gennaro che vigila su un gruppo di giovani camorristi mascherati da hipster (il sociologo Hebdige parlerebbe di «subcultura»). Se fossimo in una serie Usa si potrebbe parlare di «bromance», di quel profondo rapporto non romantico che si crea tra uomini (da brother, fratello). Lo vediamo tra Ciro e Gennaro, tra Enzo «sangue blu» e Valerio, ancora tra Enzo e Ciro. «Chine è fratm»: dopo aver ucciso i padri, simbolicamente e materialmente, ci si riscopre fratelli". (Aldo Grasso)

venerdì 22 dicembre 2017

NEWS - Netflix, un 2017 da incorniciare! Nonostante la concorrenza sempre più agguerrita la piattaforma on demand è al top delle serie tv, delle critiche e della popolarità.
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giovedì 21 dicembre 2017

SONDAGGI - Arriva l'atteso finale di "Gomorra" 3. Il doppio dibattito/sondaggio è aperto: è fantasia o realtà? Ok programmazione di 2 puntate a settimana o meglio una o, addirittura, il box completo subito per "stare senza pensieri"? 


mercoledì 20 dicembre 2017

L'EDICOLA DI LOU - Stralci, cover e commenti sui telefilm dai media italiani e stranieri
CORRIERE DELLA SERA
Netflix, consuntivo di anno tra alti (Usa) e a corrente alternata (Europa)
"Il semi-vuoto dicembrino che riserva la tv generalista è una buona occasione per dedicarsi alle serie originali di Netflix. Com'è noto, una delle strategie della piattaforma è stata quella di affiancare al ricco catalogo internazionale anche delle produzioni locali, per accompagnare il lancio nei diversi Paesi in cui il servizio è sbarcato. E il caso per esempio di «Suburra», la prima serie italiana, e di altre serie originali made in Europe presentate nei mesi scorsi. Netflix ha fatto grande rumore con i suoi titoli più celebri e riusciti, serie di alto prestigio nate in America e ispirate alla tradizione della serialità Usa più raffinata e complessa. Con l'Europa è stato un percorso più tortuoso, tra prodotti molto convincenti (vedi «The Crown») e altri più incerti, come «Marseille», prima serie francese dalle alte ambizioni ma dagli esiti più che incerti. Stesso ragionamento vale per «Le ragazze del centralino» («Las chicas del cable»), la prima serie originale spagnola che tornerà a breve con la sua seconda stagione. Nel 1928, quattro ragazze vengono assunte come operatrici della Compagnia dei Telefoni, primo gruppo telefonico nazionale: oltre alle vicissitudini lavorative, al tema della modernità che s'impone anche attraverso nuovi mezzi di comunicazione, si raccontano le loro vicende private, i tormenti sentimentali, il passato che non passa, sullo sfondo di un contesto sociale lontano dal garantire alle donne la piena possibilità di realizzare le proprie ambizioni. La serie sorprende per la sua lontananza dagli standard Netflix: è una specie di soap da tv generalista, tutta colpi di scena, effetti patinati, dialoghi «basic». In America, Netflix ha avuto buon gioco a tarare i suoi obiettivi sul modello delle serie più complesse e di alto livello. In Europa, un simile modello (a parte rare eccezioni) non è ancora la norma: più difficile dunque prendere le misure e realizzare prodotto di qualità". (Aldo Grasso)

martedì 19 dicembre 2017

NEWS - Achtung, compagni! Arriva il Natale e "le vie del Signore sono infinite"...occhio alla serie danese "Herrens Vejie" che mette in discussione la religione e ogni puntata è incentrata su un comandamento

Articolo tratto da "Avvenire"
"Il Cristianesimo qui non esiste più, ma perché si possa parlare di riaverlo bisogna spezzare il cuore di un poeta, e quel poeta sono io», scrive Seren Kierkegaard nel suo diario nel 1850. Nel qui dell'ora attuale, nella sua «piccola e irreligiosa Danimarca» che celebra il cinquecentenario luterano, da fine settembre una nuova serie televisiva dai temi squisitamente kierkegaardiani ha tenuto migliaia di spettatori incollati allo schermo per dieci domeniche: il suo creatore è lo stesso Adam Price, ateo regista di Borgen - Il potere (trasmessa in Italia da LaEffe tra 2013 e 2014), che dagli intrighi di palazzo stavolta si confronta con i grandi interrogativi dell'esistenza. La seconda stagione, già girata, verrà trasmessa il prossimo autunno, mentre in Francia saranno entrambe distribuite nel corso del 2018 con il titolo non pienamente indovinato di Ride upon the Storm. Herrens Veje - in italiano "Le vie del Signore" - ha per protagonista la famiglia Krogh, protestante da 250 anni: Johannes, pastore in lizza per diventare vescovo di Copenaghen, in tormentato dialogo con il crocifisso; la moglie Elisabeth, insegnante di letteratura alle prese con varie prove di coraggio; il figlio maggiore Christian, interessante Caino che alla teologia ha preferito studi di economia per rivalsa; e il figlio minore August, Abele in balia del dissidio tra colpa e innocenza, anch'egli pastore come il padre, ma via via senza una chiesa, non facendo lui parte di quella che Kierkegaard avrebbe definito «la cristianità stabilita». Il primo episodio si apre con un filmato amatoriale datato giugno 1995: August riprende con una telecamera un finto funerale officiato da Christian. 11 bambino sale di corsa le scale e trova il nonno, anch'egli pastore, che prega un qualcuno che non si vede di donargli una lingua tramite cui raggiungerlo, una via da percorrere affinché lo si trovi. Di quel delirio che ha visto - gli intima Johannes trovandolo spaventatissimo - non dovrà parlare con nessuno, perché non c'è niente di cui avere paura. Sono le stesse parole, e la stessa scena, con cui la decima puntata si chiude: una spirale che ruota attorno ad avvenimenti che accadono e su cui, spesso, si preferisce tacere. «L'uomo moderno ha bisogno di pensare o di sentire qualcosa che non si può misurare. La musica del caso. La poesia dell'istante. Il desiderio di chi si ama. L'affetto per un figlio. O l'aiuto che ricevi, all'improvviso, quando perdi qualsiasi certezza. In tutto questo io credo, e secondo questo credo io vivo la mia vita», recita Johannes a un dibattito a cui partecipa come candidato vescovo. A elezione avvenuta, lo si ritrova ad ubriacarsi pregando il Padre Nostro, attaccato alla bottiglia e alla perpetua. Una riflessione ponderata investe tutto, dalla Chiesa luteranapresentata a mo' di azienda che chiama i suoi fedeli ignari «consumatori» - ai concetti di segreto, colpa, silenzio demoniaco, rabbia, angoscia, disperazione, responsabilità, compassione, scelta, volontà. Parolechiave tutte kierkegaardiane, così come le vie del Signore percorribili, stadi sul cammino di una vita al cospetto e all'altezza di se stessa. Ogni episodio è lo svolgimento di un comandamento. Di sapore nietzschiano un commento pungente avanzato a Johannes dalla moglie, che quel cuore lo spezza dicendo: «Quando tu parli delle "tue" chiese, sono ancora le case di Dio?»".

lunedì 18 dicembre 2017

NEWS - Fermi tutti! Scattata la petizione per licenziare lo showrunner di "The Walking Dead", ma non per le pessime sceneggiature...

News tratta da "Uproxx"
This week, there have been a lot of The Walking Dead fans — and Star Wars fans, for that matter — who are unhappy that things did not go their way with their respective franchises. In the case of The Walking Dead, fans have gone further than to leave negative reviews on Rotten Tomatoes: One fan has actually launched an online petition to have The Walking Dead showrunner, Scott Gimple, fired from the series. The petition stems from Gimple’s decision in the midseason finale to kill off a popular character, Carl Grimes, who is not only still alive but a rising leader in Robert Kirkman’s source material. The character is not officially dead on the TV series, although Gimple left no doubt about his eventual fate. The decision upset some fans, as well as the actor who plays Carl, Chandler Riggs, and even his father. The petition, created at Change.org by a fan, Tyler Sigmon, has so far amassed 35,000 signatures (with a goal of 50,000). It asks that AMC fire Gimple not only for killing off Carl, but for the unfair treatment Sigmon feels Riggs received: 
Scott [Gimple] has decided to kill off the shows most pivotal character Carl Grimes, son of main character Rick Grimes. The entire show has been a lead up to showing Carl become the leader that his father is, maybe one day taking on the mantle himself. Actor Chandler Riggs even considered postponing his college education so he could work on the show after Gimple promised that he would be on the show for 3 more years. Chandlers dad, William Riggs, said in a facebook post, that was later pulled, that Gimple fired his son just 2 weeks before his 18th birthday even though he promised the actor 3 more years of working on the show. He goes on to say that he never trusted Gimple or AMC and that his son did, making it especially heartbreaking for him to be fired.
The petition is very unlikely to result in Gimple’s departure on the series. For one, all of season eight has already been shot, so there’s another eight episodes in the can that will give Gimple an opportunity either renew fans’ faith in his stewardship or leave them further disappointed. More importantly, I believe for a variety of reasons that killing off Carl Grimes will ultimately be better for the series in the long term, notwithstanding his role in the source material. Most importantly, and this goes for Star Wars, as well: Film and television makers have no duty to execute for entitled fans the exact vision they had for the series, just as entitled fans have no duty to continue watching a film or television franchise with which they have grown disillusioned. Certainly, fans have every right to complain about the direction a movie or television show takes, or even sign a petition. While showrunners and directors are certainly allowed to take those opinions into consideration, storylines should not ultimately be dictated by the fans.

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